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In un campo militare americano, una moglie tradisce il marito – algido maggiore al limite della catatonia – con un suo collega, la cui moglie, psichicamente instabile, cerca conforto in un domestico amante come lei della pittura e della musica classica.
Sempre difficile, per ciò che tratta i temi della follia e dell’incomunicabilità, evitare di cadere nel difetto di cui parla: non fa eccezione questo film, di apprezzabile finezza nel disegno e tratteggio dei personaggi (anche minori, su tutti il domestico filippino) ma poco incisivo sul piano narrativo ed emozionale. Non avendo obiettivi chiari nè ben definiti, i personaggi e la storia si lasciano guardare senza che lo spettatore avverta alcun brivido e senso del dramma. La migliore del cast è Julie Harris; Liz Taylor poco meglio di un Marlon Brando in uno dei tanti ruoli infelici dei suoi sciagurati anni ’60. Primo film dello sfingeo Robert Forster, che si perse in b-movies vari prima di essere recuperato nel 1997 da Tarantino per “Jackie Brown”. Tecnicamente, la cosa migliore è la panoramica a schiaffo dell’ultima sequenza.

Voto: 5,5

Trivia
(Il ruolo del maggiore Penderton era già stato assicurato a Montgomery Clift, il quale però morì d’infarto prima dell’inizio delle riprese; su richiesta di Liz Taylor, il ruolo passò a Marlon Brando, dopo i rifiuti di Richard Burton e Lee Marvin)

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