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A Hiroshima, un’attrice francese e un architetto giapponese consumano il loro ultimo giorno da amanti, prima di non rivedersi mai più.
Quattro anni dopo lo straordinario “Notte e nebbia”, imperitura elegia sull’Olocausto e sui campi di concentramento, Alain Resnais torna sul tema della memoria (non solo storica) ambientando a Hiroshima un dramma di compiuta astrazione, dov’è sin troppo facile rintracciare, nelle ferite private dei due protagonisti, la metafora della distruzione causata dal fungo atomico. Essi non riescono a distaccarsi da un passato angosciante cui sono e rimarranno per sempre legati a doppio filo, e paradossalmente sono condannati a cadere l’uno nell’oblio dell’altro. Della portentosa Nouvelle Vague che rinvigorì l’asfittico cinema francese a fine anni ’50, Alain Resnais fu, insieme a Jean-Luc Godard, il più refrattario a seguire i tradizionali schemi narrativi; ma se l’atteggiamento di Godard nei confronti del cinema aveva soprattutto un che di strafottente e derisorio, la poetica di Resnais è semplicemente alternativa: procedere per suggestioni invece che per episodi, far prevalere l’istinto sulla logica, porre sullo stesso piano il ricordo, il sogno e la realtà. E’ perciò consigliato accostarsi a questo “Hiroshima mon amour” con la cauta deferenza che si deve ai classici, allo stesso incondizionato modo in cui si ammira un Matisse. In questa rilettura esistenzialista e sartriana di “Casablanca” (citato esplicitamente nel finale) spiccano le musiche di Delerue e i dialoghi di Marguerite Duras, candidata all’Oscar per la sceneggiatura originale.

Voto: 8=

Trivia
(Uno dei primi film a utilizzare il “jump cutting” per andare avanti e indietro nel tempo, come ad esempio nel caso dei flashback sgradevoli della protagonista)
(Eiji Okada non conosceva una parola di francese, e gli fu semplicemente insegnato a memorizzare e pronunciare correttamente ogni sillaba delle sue battute)