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Appena uscito di prigione per un furto di 300 mila dollari che sostiene di non aver commesso, Ugo Piazza è nel mirino di una banda di malviventi facente capo all’Americano, che lo sospetta di aver rubato quel denaro tre anni prima.
Fernando Di Leo (San Ferdinando di Puglia 1932 – Roma 2003) è stato recentemente (Festival di Venezia 2004) rivalutato da un topo di cineteca come Quentin Tarantino, che ha curato personalmente una rassegna dei suoi migliori lavori, dopo essere stato trattato come un appestato per più di vent’anni dal più che mediocre cinema italiano degli ’80 e ’90. Il che ovviamente non ne fa un Italo Svevo della macchina da presa, ma ci consente di apprezzare l’abilità artigianale di un uomo che, senza saperlo e senza volerlo, ha influenzato una discreta parte di cinema americano di genere (Tarantino, ma non solo: tanto per cominciare, negli ultimi dieci minuti si sente l’eco lontana di “Carlito’s Way”). Il principale esponente del “poliziottesco” ha insomma una sua dignità, espressa da un cast mitizzato oltre i suoi meriti ma comunque efficace (il migliore è il commissario Frank Wolff), da una rappresentazione della violenza mai compiaciuta ma sempre torbida, soprattutto da un ottimo finale chiuso dall’elegante dettaglio di una sigaretta accesa. Il tempo ha reso “cult” bislaccherie incommentabili come il doppiaggio pluridialettale e i dialoghi naif al commissariato tra l’ispettore progressista e quello conservatore. La casa di produzione aveva un nome che era tutto un programma: Daunia ’70.

Voto: 7-

Trivia
(Nel 2006, i Vinylistic hanno utilizzato la scena in cui Gastone Moschin torna nel locale in cui balla Barbara Bouchet per il videoclip del loro brano “Record Player”)

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