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Scozia: una giovane donna con problemi psichici sposa un operaio che lavora sulle piattaforme petrolifere. Quando questi finisce paralizzato e in pericolo di vita dopo un incidente sul lavoro, lei si dedica anima e corpo alla sua guarigione.
Appena un anno dopo il famigerato Dogma ’95, quasi a dimostrare la scarsa serietà del suo pomposo progetto cinematografico, Lars von Trier gira un film in cui viola manifestamente almeno tre punti del suo decalogo. Il film è “Le onde del destino”, e il suo principale difetto è proprio questo: la sua trama passa in secondo piano, oscurata dalla prosopopea di un regista che fa ampio e borioso sfoggio del suo Stile. Com’è noto, la rivoluzione di Lars von Trier non ha fatto molta strada; già in “Dancer in the Dark” (2000) sconfesserà totalmente quanto affermato, e fine della storia. Resta però il problema di valutare questo film minato alla base da un’operazione come minimo truffaldina e col senno di poi del tutto priva di senso, del quale non v’è molto sotto la scorza: dopo due ore passate a chiedersi se von Trier ci è o ci fa, “Le onde del destino” si piega sotto i colpi di un finale d’irritante pressapochismo, all’insegna di una religiosità immotivata e gratuita. Il pregio principale del film è invece proprio il modo originale con cui è trattato il rapporto con Dio, giammai padre accogliente e comprensivo ma soggetto distaccato e imperscrutabile, quasi sadico nel suo disporre delle vite altrui senza tener conto dei loro sentimenti – almeno fino a venti minuti dal termine. L’improvvisa inversione a U nuoce insomma ad un film discreto e sicuramente guardabile, a patto di sorvolare sulle furberie manieriste di un regista in pieno delirio d’onnipotenza (per fortuna gli passerà). Gran Premio della Giuria a Cannes, nomination all’Oscar per una Emily Watson ammirevole per impegno.

Voto: 6-

Trivia
(Per il ruolo della protagonista era stata scelta inizialmente Helena Bonham Carter)