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Messico: un rozzo peone, illudendosi di svaligiare una banca, viene coinvolto da un dinamitardo irlandese rifugiato in Messico nella rivoluzione di Villa e Zapata.
Quinta e penultima opera di Sergio Leone; la più politica, nella contrapposizione in chiave antimperialista tra i ricchi e i poveri, espressa un po’ didascalicamente nella scena iniziale ma via via sempre più scalpellata e convinta; è lo svolgimento del tema la cui traccia è la celebre sentenza di Mao Tze-Tung (“La rivoluzione non è un pranzo di gala”), che apre il film. Utilizzando il suo abituale registro narrativo, corposo e solenne al limite dell’epico, Leone racconta il romanzo di formazione del gretto Miranda, il cui sguardo finale farà il paio undici anni più tardi con il sorriso oppiaceo di Noodles in “C’era una volta in America”. E’ anche un film sull’amicizia: un “Butch Cassidy and Sundance the Kid” più carnale e meno romantico, ma affine (la loro Australia è l’America di Juan e John). Dopo il salto di qualità di “C’era una volta il West”, Leone prosegue le sue riflessioni sulla violenza: non più sfacciatamente cinematografica come nella trilogia del dollaro, ma ora mostrata per quel che in realta è, nella sua brutale rappresentazione della perdita d’innocenza di un continente. Funziona la contrapposizione tra Rod Steiger e James Coburn; memorabile, e di grande successo, la colonna sonora di Ennio Morricone.

Voto: 7,5

Trivia
(Le prime scelte di Leone per i ruoli di Miranda e Mallory erano rispettivamente Eli Wallach e Jason Robards)
(Prima di accettare la parte, James Coburn chiese consiglio a Henry Fonda, che aveva già lavorato con Leone in “C’era una volta in America”. Fonda gli consigliò di accettare, sostenendo che Leone era il più grande regista con cui avesse mai lavorato)

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