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Prendendo spunto dal massacro consumatosi alla High School Columbine di Littleton (Colorado) il 20 aprile 1999 (due studenti uccisero con armi semiautomatiche dodici persone prima di suicidarsi), un viaggio nella paura dell’America post-11 settembre.
Passato più che altro alla storia per il celebre discorso anti-Bush (“Shame on you, Mr. President!”) pronunciato pochi secondi dopo aver vinto l’Oscar, “Bowling for Columbine” è il secondo dei due film con cui Michael Moore ha cercato invano di aprire gli occhi all’America, fotografandone impietosamente l’avanzato degrado morale e collettivo. Come in un buon trattato di sociologia, Moore scava a fondo non fermandosi alle prime superficiali spiegazioni, ma dando risposte oneste e ben motivate; con il suo classico fare predicatorio tipicamente USA, limita la retorica allo stretto necessario (ma va a segno nella sua prevedibilità la clip dei crimini americani con “What a Wonderful World” in sottofondo) e invece gratta fino all’osso nella pelle di un Paese che dà l’aria di venire continuamente sorpreso con le dita nel naso. Illuminanti, a riguardo, gli autentici fatti di cronaca “stranger than fiction” (il cieco che spara!), la puntata in banca, la disarmante intervista a Charlton Heston. E’ meno fazioso e più acido del pur notevole “Fahrenheit 9/11”, ma è anch’esso un film ideologico. Semplificando brutalmente, la tesi fondamentale, criticabile ma coraggiosa, è: io e i miei compatrioti stiamo diventando un branco di idioti. Cinque anni e un’altra guerra dopo, è sempre più dura non dargli ragione.

Voto: 8=

Trivia
(Primo documentario in concorso nella storia del Festival di Cannes, dove ricevette una standing ovation di 13 minuti)

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