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Un ingegnere crea David, un robot-bambino dall’aspetto umano, troppo umano, capace di provare emozioni e di amare. Una coppia lo sceglie per sostituire il proprio figlio naturale, in coma quasi irreversibile. Ma quando questi si sveglia e David, per un equivoco, rischia di affogarlo, la madre lo abbandona in un bosco. Lui si mette alla ricerca della Fata Turchina, affinché lo faccia diventare un bambino vero.
Doveva dirigerlo Stanley Kubrick, ma la morte del grande regista, sopraggiunta quando stava ultimando la post-produzione di “Eyes Wide Shut”, ha fatto passare il progetto nelle sapienti mani di Steven Spielberg. Il risultato è un indecifrabile ibrido che unisce le tematiche altissime dell’uno con il gusto per lo spettacolo dell’altro, senza che nessuna delle due anime prevalga. Un vero peccato, perchè la prima parte in famiglia è bellissima (la prima mezz’ora addirittura splendida), veramente degna di un grande romanzo di fantascienza; poi Spielberg inizia a sentirsi a disagio e fa eccessivo ricorso agli effetti speciali illudendosi di governare la situazione (non mancano comunque tocchi d’autore, come la macabra fiera della carne, dal sapore felliniano-postmoderno). Il momento in cui David si butta giù dal grattacielo è emblematico perchè è anche il momento in cui il film cola a picco, in un estenuante pre-finale senza senso in cui la morale della favola che il regista avrebbe voluto comunicare è evidentemente messa in burletta da una serie di momenti quantomeno discutibili (la fata turchina in mille pezzi, l’apparizione di orribili robottazzi che vorrebbero rappresentare la civiltà del futuro). Paradossalmente, Spielberg si contiene e ci risparmia almeno il classico lieto fine, che sarebbe stato mai così inopportuno. Ovviamente d’alto livello la fotografia di Janusz Kaminsky e le musiche di John Williams. Haley Joel Osment, con la sua irritante superbontà, stufa presto; Jude Law, limitato nel forzato macchiettismo del suo robot-gigolò, non riesce a esprimersi. Pinocchio, Pollicino, Blade Runner, i miti greci (l’oracolo), Jules Verne e Asimov: prendeteli, buttateli in un calderone, mescolate con cura e avrete gli ultimi 90 minuti di “Intelligenza Artificiale”.

Voto: 6

Trivia
(Uno dei grattacieli di Manhattan è in realtà un sub-woofer di un Apple Macintosh)
(Per evitare il divieto ai minori di 12 anni, un edificio di forma vagamente fallica fu rimosso digitalmente dal set della “Rouge City”)
(Il logo della Dreamworks compare in diverse scene, soprattutto sul letto di Martin)
(Una delle ragioni per la quale Kubrick aveva aspettato tanto prima di iniziare questo film era che avrebbe voluto che David fosse interpretato da un vero robot)
(La band che suona alla Flesh Fair è quella dei Ministry, scelta personalmente da Kubrick dopo aver ascoltato alcune loro canzoni sul set di “Eyes Wide Shut”)
(La lista di parole che Monica Swifton legge a David per renderlo capace di provare sentimenti fu scritta da Kubrick in persona)
(A un certo punto David e Gigolo Joe citano una città di nome “Haddonfield”. Questa città esiste realmente, si trova nel New Jersey e qui ha vissuto Spielberg per molti anni, da bambino)

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