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Il vecchissimo Jack Crabb, 121 anni, racconta ad un giornalista la storia della sua vita: catturato dai Cheyenne a 10 anni, cresciuto e tornato più volte nei luoghi della sua infanzia, fu l’unico superstite bianco del massacro di Little Big Horn.
Da un romanzo di Thomas Berger, sceneggiato da Calder Willingham. La ribellione del cinema americano di fine anni ’60 passò anche per la rivoluzione del genere western, e soprattutto sul capovolgimento dell’antica logica bianco-buono e pellerossa-cattivo. Uno dei primi e principali esempi del nuovo filone è questo film, diretto da un grande regista che due anni prima, con “Gangster Story” aveva riscritto le regole del genere gangsteristico e contemporaneamente ritratto in una nuova luce altri due dei personaggi più controversi della storia d’America, Bonnie & Clyde. Benché, trascinato da una perdonabile freschezza iconoclasta, cada sovente negli stessi errori che i western classici commettevano verso gli indiani (una certa faciloneria nella caratterizzazione dei bianchi, fino a ridurre il mitico generale Custer ad una macchietta), ha la pertinente ambizione di rappresentare un vero e proprio romanzo di formazione nel miglior stile della letteratura inglese e francese di Voltaire, Dickens e Fielding, riassumendo in poco più di due ore tutti i miti e le leggende del selvaggio West. Dustin Hoffman, all’epoca sulla cresta dell’onda, dà una grande prova di mimetismo reggendo l’intero film sulle sue gracili spalle; ma fu ignorato dall’Academy, che candidò invece all’Oscar Chief Dan George come attore non protagonista. Merita una citazione la stupenda sequenza della strage di Cheyennes nell’accampamento innevato.

Voto: 7

Trivia
(Per farsi venire la voce “rasposa” di un uomo di 121 anni, Dustin Hoffman si chiuse nel camerino e si mise a urlare a squarciagola per un’ora)
(Il ruolo di Cotenna di Bisonte fu inizialmente offerto a Marlon Brando, che rifiutò)

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