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Un gruppo di criminali occasionali (tra cui un cassiere, un barista, un poliziotto) organizza una rapina da due milioni di dollari all’ippodromo; il colpo riesce, ma c’è un imprevisto…
Secondo lungometraggio di fiction della giovane promessa Stanley Kubrick, uno da tenere d’occhio. A soli 28 anni dimostrò una padronanza assoluta dei meccanismi del noir, genere da maneggiare con cautela; il risultato fu un film di precisione svizzera nei suoi ingranaggi, addirittura rivoluzionario per lo stravolgimento della cronologia narrativa, destrutturata a colpi di flashback e ripetizioni. A differenza di quanto avviene oggi, il tutto al servizio di una precisa scelta stilistica, la prima dimostrazione – ne seguiranno altre – di una tesi molto cara al regista: qualsiasi azione l’uomo decida di compiere, egli non riuscirà mai a governarla interamente e ad essere totalmente padrone di sé stesso, ma prima o poi finirà con l’essere schiacciato dalla propria superbia, dal Caso, dal piccolo particolare. Interpretato da una galleria di disperati con pochi eguali nella storia del genere, è uno spettacolo di patetici burattini i cui fili sono saldi tra le mani di Kubrick. I venti minuti finali sono un raro esempio di perfezione nell’arte, e lasciano lo spettatore impietrito come rarissimamente è successo. Capolavoro assoluto.

Voto: 8

Trivia
(Girato in soli 24 giorni)
(Kola Kwariani, l’omone russo, era un amico personale di Kubrick, con il quale ingaggiava lunghe partite di scacchi nello stesso circolo dov’è ambientata la scena dell’incontro tra lui e Sterling Hayden)
(Primo film in cui Kubrick si avvalse di un direttore della fotografia, Lucien Ballard, col quale litigò spesso per divergenze artistiche)
(La produzione impose l’utilizzo della voce fuori campo, nonostante la ferma opposizione di Kubrick)

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