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Truman Capote, colpito da un caso di cronaca nera in Kansas, decide di iniziare a raccogliere materiale per un nuovo libro. Diventa, per così dire, amico dei due imputati, rinchiusi in carcere.
C’è poco da dire su “Capote”, ennesimo biopic del ventunesimo secolo, se non che offre un’immagine del grande Truman Capote molto diversa dalle convenzioni: più che un eccentrico e frivolo dandy alcolizzato e dalla lingua biforcuta, il protagonista appare come un controverso e complessato scrittore, schiavo del suo narcisismo e interessato solo a ciò che rientra nel suo tornaconto. L’ambigua e irrisolta amicizia con i due assassini sembra preludere solo nel finale a un ravvedimento di Capote, che apre gli occhi sulla brutalità della pena capitale nell’efficace sequenza dell’impiccagione.

Il film si trasforma invece lentamente in un’ode a uno degli attori più grandi e misconosciuti dell’ultimo decennio, quel Philip Seymour-Hoffman già apprezzato in moltissimi ruoli di contorno: l’amico di Monty ne “La 25° ora”, l’infermiere di “Magnolia”, l’aiuto operatore di “Boogie Nights”, l’amico di Dickie ne “Il talento di Mr. Ripley”, il goffissimo vicino di casa in “Happiness”, eccetera. Uno che insomma non ha mai sbagliato un film, e meritava da tempo la chance del grande ruolo: una chance sfruttata in pieno, che gli ha fruttato un sacrosanto Oscar. Una prova maiuscola, in cui Seymour-Hoffman dimostra impressionanti capacità mimetiche, a partire dalla tipica voce stridula di Capote, imitata alla perfezione. Non si spiega, invece, la nomination a Catherine Keener.

Voto: 6

Trivia
(Il film è uscito in anteprima USA il 30 settembre, giorno di nascita di Truman Capote)

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