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La CIA chiede a un giornalista televisivo di sorvegliare tre suoi amici sospettati di essere spie del KGB, con i quali è solito ritrovarsi per un week-end a casa sua una volta all’anno.
Da un romanzo di Robert Ludlum, Ultimo film del grande Sam Peckinpah, summa della sua cinematografia pessimista fino all’esasperazione e vetta del genere spionistico, nato negli anni ’70 come presa di coscienza e reazione dell’America ai soprusi e alle menzogne della nuova classe dirigente (“La conversazione”, “I tre giorni del condor”) e via via involutosi fino a rappresentare un mero spettacolo da cinema in Dolby Surround (“Spy Game”, “Nemico pubblico”, “The Bourne Identity” sempre da Ludlum). E’ un epitaffio che aggiunge poco alla carriera di un regista controverso e mai amato dal grande pubblico, che qui esaspera la sua nota vena voyeuristica raddoppiandone le dosi (il sesso, la vita quotidiana) e facendone la colonna portante dell’intero film. Il senso di opprimente paranoia su cui si regge gran parte del film cede il passo nel finale ad una critica un po’ bolsa sul sistema televisivo e sull’incertezza cronica di cui l’Americano Medio dovrà sempre soffrire d’ora in avanti. Rimane comunque magistrale il modo di filmare le sequenze d’inseguimento e d’azione, esaltate da un montaggio eccitato e sapiente che stilizza la violenza fino a farla diventare significante oltre che significato.

Voto: 7-

Trivia
(I baffi di Craig T. Nelson sono finti)

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