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Precipitati su un pianeta sconosciuto nei pressi di una colonia penale di soli uomini, quattro quinti di ciò che rimane dell’equipaggio dell’Enterprise sono morti: l’unica superstite è, al solito, Ripley.
Dopo l’indimenticabile primo capitolo di Ridley Scott e il seguito ipervitaminico di James Cameron, il terzo episodio della saga di Alien fu affidato nel 1992 al trentenne esordiente David Fincher, distintosi per una serie di videoclip musicali tra cui “Vogue” di Madonna e “Englishman in New York” di Sting, ancora lungi dallo sviluppare lo stile che in futuro ne farà uno dei registi più perturbanti e interessanti. Un comunissimo film di fantascienza con la sceneggiatura a folle (nonostante firme autorevoli, su tutte quella di Walter Hill): trama rugginosa, personaggi superficiali e scarso interesse generale per un film che termina come un b-movie anni ’50 e pretende che lo spettatore si appassioni alle vicende di un gruppo di sordidi ergastolani neanche tanto intelligenti. L’ascetica Sigourney Weaver dal cranio rasato svolge il suo compito per onor di firma, mentre nel suo malessere affiora da lontano la metafora dell’HIV, all’epoca fresco di sdoganamento da parte di Hollywood. Fincher, palesemente a disagio con la produzione – tanto da dissociarsi successivamente dal film –, si fa notare solo per le ripetute soggettive del mostro. Benché si pensava fosse il capitolo conclusivo, ebbe un ulteriore seguito nel 1997, diretto da Jean-Pierre Jeunet.

Voto: 5

Trivia
(Le prime versioni della sceneggiatura erano ambientate in un enorme monastero)
(Il montaggio del film durò oltre un anno)