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In un’anonima cittadina dell’Ohio, Martha e Kyle sono due operai in una fabbrica di bambole; a loro si unisce la giovane Rose, in cerca di un nuovo lavoro.
“Another Steven Soderbergh experience”, come dice la locandina. Soderbergh si è costruito negli anni la solida fama di buon regista un po’ furbastro, che si diverte a saltabeccare da un registro all’altro senza un’apparente coerenza: dal film di denuncia ecologica alla riesumazione del “Rat Pack” passando per il remake di Tarkovsky, non c’è molta logica se non la voglia di esplorare più realtà e misurarsi con vari stili. Questo “Bubble”, che francamente non passerà alla storia, al di là dell’innovativa campagna promozionale che l’ha fatto uscire contemporaneamente nelle sale, su Internet e in DVD, è uno sguardo freddo e distaccato negli abissi della provincia americana alla maniera di Gus Van Sant, nel suo linguaggio minimal che agisce per sottrazione. Camera fissa e montaggio ridotto al minimo, dialoghi improvvisati da attori non professionisti, dotato di una vaga e personalissima ironia che fa capolino di tanto in tanto – specie nel riuscito finale – in un quadro di complessivo e monotono algore. Sfugge il senso complessivo dell’opera, e l’importanza che essa può avere al di fuori dei cinema d’essai. Più che un film, un punto interrogativo.

Voto: 6-

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