Geremia De Geremei, vecchio e turpe usuraio dalle fattezze tutt’altro che gentili, commette un giorno l’errore di innamorarsi.
Terzo film di Paolo Sorrentino. Tematicamente affine all’ottimo “Le conseguenze dell’amore”, richiamato nella prima scena: prosegue l’indagine nell’animo degli uomini soli e disperati, tenacemente attaccati al loro tran-tran come l’ultima cosa che è rimasta delle loro vite, sconcertati e infine rovinati dal più nobile dei sentimenti. Se Titta Di Girolamo era taciturno fino al parossismo, il laido Geremia combatte la sua alienante fisicità a colpi di aforismi da Reader’s Digest. Ancora portato a preferire la forma alla sostanza, qui Sorrentino esagera: il film ci mette troppo a carburare, e quando accade chiaramente qualcosa è praticamente già finito. Non che la lunga descrizione di Geremia (la rivelazione Giacomo Rizzo, apprezzato anche a Cannes) e del suo mondo sia priva di spunti curiosi e ben riusciti (il rapporto con la madre, la scelta delle bomboniere): ma sono pagine isolate e a sé stanti, eccezioni in un film freddo e contagiato fin troppo dalle rigorose geometrie dell’Agro Pontino, bizzarra scelta di scenografia che fa il paio con l’inquietante Lugano del film precedente. Laura Chiatti ha ottime referenze, ma cambi mestiere; Bentivoglio non sfigura alle prese con un ruolo bislacco e a lungo misterioso. Sorrentino ha grande talento visivo, ed è l’unico regista (insieme a Crialese) a distaccarsi con decisione dal grigiore del nostro cinema di inizio secolo; ma rischia di farsi prendere dal vizio dell’autoralità, il che sarebbe dannoso e presuntuoso. Dei film bruttini si dice che hanno una bella fotografia: stavolta è la verità, e il merito va come sempre al mago Luca Bigazzi.

Voto: 6-

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