Manhattan, New York City: l’educazione sentimentale di un quarantenne.
La scena di “Manhattan” in cui Ike deve dire a Tracy che ama un’altra donna segna una svolta nella vita di Woody Allen: è – parentesi bergmaniana di “Interiors” a parte – il primo vero momento drammatico della sua carriera. Con questo film Woody Allen porta definitivamente a compimento il passaggio all’età adulta già inaugurato con “Io e Annie”, aggiungendovi l’ambizione di un appassionato omaggio alla sua città attraverso un bianco e nero che più radicale non si può (e dà origine a immagini indimenticabili, come la skyline di Manhattan illuminata dai fuochi d’artificio e la visita in penombra al planetario) e le musiche di George Gershwin. Ormai le sceneggiature delle sue commedie non sono più soltanto finalizzate al divertimento e alla risata intelligente, ma affrontano con lucidità e spirito fulminante i grandi temi, con un lavoro di sintesi talmente perfetto da rasentare l’oreficeria :giustamente arcinoto il consuntivo della propria mezza età che il protagonista fa sdraiato sul divano, cercando disperatamente il salvabile e arrendendosi al rimorso che è rappresentato per lui dal sorriso della donna che ha fatto scappare. Diane Keaton è al solito deliziosa, ma il candore della quasi debuttante Mariel Hemingway lascia il segno. Più di “Io e Annie”, che pure gli è superiore, nonostante i suoi consueti narcisismi (l’analista, Ingmar Bergman, il libro da scrivere) che esaltano gli estimatori e non attirano più di tanto i profani, è “la” commedia di Woody Allen.

Voto: 8-

Trivia
(Non ci sono titoli di testa)
(Curiosamente, tra tutti i film che ha diretto è quello che Woody Allen ama di meno)