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Correggio, 1975: dopo l’idea di uno di loro, un gruppo di cinque amici mette su “Radio Raptus”, radio libera che si sente in FM.
Luciano Ligabue sta al cinema come Alvaro Recoba all’Inter: esordio naif, fulminante e promettente, proseguio di carriera mediocre e trascurabile. A meno di auspicabili ritorni di fiamma, l’esperienza da regista del rocker di Correggio sta tutta nei centodieci minuti di “Radiofreccia”, che racchiude tutto il suo mondo padanamente nostalgico: il lambrusco, le “rovesciate di Bonimba”, Space Invaders, le biglie, “90° Minuto”… Il tutto con uno stile incisivo e abbastanza originale, che limita le banalità alle inevitabili ingenuità da principiante (i ralenty enfatici, l’eccessivo didascalismo: anche nel “Grande Freddo” c’era un gran pezzo nella scena del funerale, e nessuno sentì il bisogno di annunciarlo venti secondi prima). Dove non arrivano le immagini, arriva una colonna sonora ricca, dispendiosa (Lou Reed, David Bowie, Creedence Clearwater Revival, Lynyrd Skynyrd, Iggy Pop… costò un miliardino alla neonata casa di produzione Fandango di Domenico Procacci) e convenzionale il giusto per non cantarsela e suonarsela insieme ai reduci dei ’70. Stefano Accorsi, non ancora una star, è il più noto di un cast che però gli è superiore almeno nel personaggio di Tito (Enrico Salimbeni). Nel piatto panorama del cinema italiano anni ’90, è uno dei pochi film che ha provato ad avvicinarsi, come atmosfera, al modello americano. Buon successo di pubblico e David di Donatello come miglior opera prima.

Voto: 7