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Dopo aver scontato tredici anni di prigione in un carcere femminile per aver rapito e ucciso un bambino, Lee geum-ja torna in libertà e si mette a caccia dell’uomo responsabile del suo arresto.
Capitolo conclusivo della trilogia di Park chan-wook che ha come tema principale la vendetta nel suo multiforme esistere, “Lady Vendetta” necessita come tutti i film orientali almeno di una seconda visione, per comprendere a fondo la trama e le motivazioni dei personaggi e cercare di capire meglio le immagini e la simbologia di una civiltà così lontana. Benché sia comunque percorso da una massiccia dose di adrenalina, rispetto al precedente “Oldboy” è meno definitamente action-thriller e invece più grave e doloroso. Il regista dimostra di saper controllare benissimo anche le storie tutte al femminile, in un contesto in cui una volta di più brilla la totale assenza di compiacimento, morbosità e sadismo nelle terribili vicende messe in scena. La vendetta è un piatto servito gelido che non provoca alcun piacere né tantomeno appagamento, ma è semplice esercizio di una “giustizia divina” della quale gli uomini sono semplici, dolenti e consapevoli esecutori. Le difficoltà nel seguire l’intreccio penalizzano la prima parte del film, ma al momento di far venire i nodi al pettine Park offre una straordinaria mezz’ora in cui le vittime diventano aguzzini, che da sola vale tutto il film. “Oldboy” è forse più “facile” e immediato, trampolino di lancio per le rinnovate ambizioni di uno dei cineasti più universali e leggibili dell’Estremo Oriente.

Voto: 7,5