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In vacanza a San Francisco, un impiegato si sente male; va da un medico e scopre di essere stato intossicato da un veleno per il quale non c’è antidoto, e di avere pochi giorni di vita. Li impiegherà per scoprire come, dove, quando e da chi è stato avvelenato.
“D.O.A.” (in inglese dead on arrival, espressione medica che indica i malati che arrivano in ospedale senza speranza di sopravvivere) parte da uno spunto formidabile, con pochi precedenti quanto a brillantezza e originalità: il classico dead man walking che, come da manuale del perfetto noir, cerca di ribellarsi al destino e salvarsi la pelle. La struttura è quella classica del decennio precedente: atmosfere notturne e film raccontato interamente in flashback. Purtroppo per lui, Rudolph Maté non è Billy Wilder né Howard Hawks; e dopo un bell’inizio, con il complicarsi dell’intreccio, la storia si disperde in un garbuglio di facce e personaggi tra i quali capirci qualcosa è difficile, e comunque non molto appagante. Censurabili le schermaglie da romanzo rosa tra il protagonista e la sua inutile segretaria. Comunque, a riprova della bontà dell’idea di partenza (peraltro a sua volta mutuata da un film tedesco del 1931 di Robert Siodmak), ha avuto due remake, nel 1969 e nel 1988.

Voto: 6,5

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