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Napoli, anni ’30: Pasqualino Frafuso, soprannominato “Settebellezze” per la malagrazia delle sue sette sorelle, nel difendere l’onore di una di loro uccide l’uomo che l’ha resa prostituta. Esce di galera fingendosi pazzo, ma in manicomio stupra una degente e gli fanno l’elettroshock. Per uscirne, accetta di partire per la guerra.
“Pasqualino Settebellezze” è il miglior film di Lina Wertmuller (ma non quello di maggior successo), perché è quello in cui il macchiettismo e la caricaturalità dei suoi personaggi – i tratti tipici delle opere della regista napoletana, che spesso ne hanno decretato il successo all’eestero – mostrano più chiaramente, e senza le ambiguità riscontrabili in altri suoi film (su tutti “Travolti da un insolito destino…”), tutto il disprezzo verso una classe sociale, o per meglio dire un popolo, che negli anni del ventennio ha dato il suo peggio. Pasqualino è vigliacco, ignorante, prepotente, rozzo, violento e prevaricatore: un “omm’e merd” tutt’altro che eroico (umiliante il paragone con Sordi e Gassman de “La grande guerra”), a cui si dedica anima e corpo un magnifico Giancarlo Giannini, eccellente non tanto nello sfrenato istrionismo di gran parte del film (anche se l’imitazione del Duce è notevole) quanto nelle scene finali, in cui alla sua vana guapperia si sostituisce a poco a poco una dolente e amarissima consapevolezza di ciò che è accaduto. E’ anche il film in cui trovano maggior giustificazione gli eccessi, altre volte più che fastidiosi, del cinema della Wertmuller: il suo grottesco ben si concilia con il periodo storico più assurdo e bestiale dell’evo moderno. Musiche di Enzo Jannacci, che apre il film con la celebre “Quelli che…”. Film che, a suo modo, ha fatto la storia del cinema: Lina Wertmuller divenne nel 1976 la prima regista donna candidata all’Oscar, e ad oggi solo altre due (Jane Campion e Sofia Coppola) possono dire altrettanto.

Voto: 7,5