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Un impiegato mite e frustrato, dopo aver perso tutti gli oggetti di cui si era circondato per illudersi di non essere solo, conosce un misterioso uomo d’affari che lo convince ad entrare in un fight club, un circolo notturno clandestino i cui membri si picchiano a sangue una o più volte alla settimana.
Dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk. “Le cose che possiedi alla fine ti possiedono”. Il quarto film di David Fincher è anche il suo più ambizioso, e come tale merita di essere giudicato con generosità. La materia in questione – peraltro ad opera di uno scrittore la cui prosa non è propriamente limpida – è assai ardua, e lui la affronta con coraggio e, va detto, con ancora più originalità di quanta non ve ne fosse nel testo originale. Film spaccato a metà: la prima parte, in cui regna sovrano un Ed Norton sensazionale, è straordinaria e ha guizzi di sulfureo surrealismo da grande cinema (la casa tutta Ikea, l’incontro col pinguino, i circoli di supporto per malati terminali); la seconda vola troppo in alto e si bruciacchia le penne, cercando di risolversi in un finale correttivo non del tutto soddisfacente. Curiosamente, l’intento di Fincher sembra proprio quello di far sembrare “Fight Club” un film diretto da Tyler Durden. Non solo, ovviamente, per la pratica di inserire fotogrammi subliminali all’interno della pellicola, ma anche perché in fondo ne rispecchia la personalità: all’inizio impetuoso e a tratti esaltante, poi votato all’autodistruzione con un’atmosfera sempre più confusa e delirante. Contemporaneo di “Matrix”, col quale ha in comune lo scopo di fondo (la ribellione a un sistema opprimente) perseguito con metodi antitetici. Film “contro”, anarchico e laterale, maledetto al punto giusto per diventare un cult; ma è innegabile che sia intelligente, e perfino sensato, quando dice: “Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con 500 canali, il nome di un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, poche calorie, Martha Stewart. Fanculo Martha Stewart. Martha sta lucidando le maniglie sul Titanic, va tutto a fondo, bello. Perciò vaffanculo tu e il tuo divanetto a strisce verdi Ikea… Io dico… non essere mai completo. Io dico… smettila di essere perfetto. Io dico… dai, evolviamoci”.

Voto: 7

Trivia
(Nella sceneggiatura originale era previsto che Brad Pitt recitasse a un certo punto una vera ricetta per fabbricare esplosivi in casa. Nell’interesse della salute pubblica, fu deciso di soprassedere)
(Il finale del film è diverso rispetto a quello del libro, e lo stesso Palahniuk l’ha trovato migliore)
(L’esplosione del negozio Apple Macintosh avviene curiosamente al minuto 84 del film; riferimento, chissà quanto involontario, al romanzo di Orwell e all’anno del debutto in commercio della Macintosh, il 1984)
(Nel film ci sono tre detectives i cui nomi sono rispettivamente Andrew, Kevin e Walker. Andrew Kevin Walker è stato lo sceneggiatore di “Se7en”)
(Nella scena in cui Norton cerca di convincere Helena Bonham Carter a salire sull’autobus, sullo sfondo è possibile vedere un cinema in cui il film in cartellone è “Sette anni in Tibet”, con Brad Pitt)
(Non viene mai rivelato il vero nome del personaggio di Edward Norton. Nei titoli di coda compare come “Narrator”)
(Il numero di telefono di Marla Singer è lo stesso di Teddy in “Memento”)
(David Fincher ha affermato in un’intervista che in ogni inquadratura del film è visibile una tazza di caffè Starbucks)
(In una delle prime versioni della sceneggiatura viene svelato il luogo in cui si svolge la storia: Wilmington, nel Delaware)
(All’inizio del film, fate attenzione a quando Edward Norton si avvicina a una finestra, e a cosa viene riflesso)