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Due fratelli sprovveduti e ignoranti partono alla volta di Milano per rimettere in riga il loro nipote, che ha perso la testa per una diva del varietà.
La grandezza – compresa nella sua interezza soltanto postuma – di Totò & Peppino stava nel rendere spassosissime e memorabili anche sceneggiature mediocri e arruffate come quella di questo film, una delle tante che furono scritte negli anni ’50 che fungevano da semplice canovaccio per gli inarrivabili duetti della Coppia. Partendo dal nulla (un trattore da guidare, un’indicazione stradale), i due imbastiscono sketch lunghissimi oltre ogni attuale logica della commedia; da fuoriclasse quali erano, si potevano permettere divagazioni oltre il consentito, e una scena come quella della lettera, dritta dritta nell’antologia del miglior cinema italiano di ogni tempo, di esilarante contagiosità anche a oltre cinquant’anni dall’originale (e a rivederla si scoprono in continuazione particolari non notati: ad esempio, Totò che per tutto il tempo si alliscia baffi che non ha). Il 7,5 non è un voto al film, invero mediocre e scandito di tanto in tanto da mielose parentesi sentimentali (rese più tollerabili da discrete canzoni tra cui spicca “Malafemmena”, dello stesso Principe), ma alla maggior coppia comica che questo Paese abbia mai avuto, la cui architettura e i cui tempi comici sono ancora oggi modello ineguagliabile per chiunque voglia avventurarsi sulla scena del teatro e del cabaret.

Voto: 7,5