Massimo Bertarelli è il famigerato critico cinematografico de “Il Giornale” – esatto, proprio quello. Come voi tutti saprete, negli ultimi giorni ci hanno lasciato in rapida successione due giganti come Ingmar Bergman (dei cui capolavori trovate una piccola traccia anche in questo blog) e Michelangelo Antonioni (del quale, ahimé, ho visto poco e male; ma riparerò). Per quanto fossero due registi “difficili”, non facilmente accessibili al grande pubblico, i telegiornali e i quotidiani si sono riempiti di attestati di stima e ricordi tutt’altro che ipocriti e conformisti, e anche chi non li aveva particolarmente amati in vita (come Dino Risi, che ha scherzosamente definito Antonioni “un po’ palloso”) non ha potuto non sottolinearne la grande arte. Ora, questo tal Bertarelli (già distintosi qualche anno fa per un inqualificabile libercolo dal titolo “100 film da evitare”. Ora, già è sbagliato di per sé sconsigliare a priori qualunque tipo di film; la cosa diventa delittuosa se ad esempio tra questi 100 film c’è, come c’era, “2001: Odissea nello Spazio”) si è prodotto nel giro di 24 ore in due elogi funebri agghiaccianti, che vengono fedelmente riportati qui sotto:

C’è da sbellicarsi in anteprima pensando a quanto uscirà oggi sui giornali dalle penne sublimi dei critici più illustri. Ingmar Bergman? Autore immenso, genio inarrivabile, maestro dei maestri e giù con le esaltazioni prefabbricate. Roba da far passare i politici per dilettanti dell’ipocrisia. Chissà se qualcuno dei venerabili recensori avrà trovato il coraggio di ammetterlo: con i film di Bergman nel buio della sala mi sono fatto le più lunghe dormite della mia carriera cinematografica. Ah, i micidiali, interminabili silenzi di Persona; la saga infinita di Fanny e Alexander tra merletti, trine e sbadigli; gli strazianti, in ogni senso, sguardi di Sinfonia d’autunno.E che dire di quei capolavori rimasti indelebili nella memoria dello spettatore? Impossibile scordare Il settimo sigillo, il volto trasfigurato di Max von Sydow, interprete perfetto per mastro Bergman: l’ultima volta che ha sorriso dev’essere stato all’asilo. Il posto delle fragole, un’altra celebre pizza d’autore, le lacrime che fece scorrere a fiumi nei cinema, specie a chi dopo la prima mezz’ora non era riuscito a farsi rimborsare il biglietto.Ecco, forse è proprio questa la straordinaria grandezza di Bergman: saper trasferire le atroci sofferenze dei suoi personaggi dallo schermo alla platea. Adesso mentre tutta la nomenklatura piange a dirotto, il popolino bue s’interroga perplesso: perché le meravigliose opere dell’ultimo re di Svezia non vengono mai teletrasmesse prima delle tre di notte? Grazie al cielo, i cinefili possono ancora consolarsi. Gli restano i Rivette, i Wenders, i Godard, i von Trier, i Van Sant, i Moretti e tanti altri tromboni più o meno in erba. E soprattutto l’indistruttibile vegliardo portoghese Manuel de Oliveira, che è pronto a sfornare un altro film. L’importante è non smettere mai di annoiarsi.

Pace all’anima sua, naturalmente. Ma Michelangelo Antonioni, parlandone da vivo, non l’ho mai potuto sopportare. Certo ci sono fior di critici, la maggior parte, che si divertono soltanto quando si annoiano e con Antonioni dunque era uno spasso continuo. C’è chi si compiace, perché fa fino, nel fingere di aver capito tutto, mentre è lo stesso autore a spiegare, ad opera compiuta, che effettivamente, sì insomma, non è tutto chiaro quel che gli è uscito dalla macchina da presa. A lui. Figuriamoci a noi, comuni mortali. E tra costoro, gli spettatori naïf della settima arte, c’è anche qualche recensore di seconda schiera. Come il sottoscritto, che, sarà sicuramente un caso, nel suo poco celebre e ancora meno venduto 100 film da evitare, di capolavori michelangioleschi ne ha inseriti a occhio e croce una decina. Con un voto medio attorno al 3.Il direttore, forzando la mia natura controcorrente, mi chiede un parere serio, e io devo dire, a costo di stupirlo, che i primi film di Antonioni mi erano piaciuti, oserei aggiungere molto. Ma l’allora aspirante Maestro, siamo negli anni Cinquanta, non era ancora stato colto dall’irreversibile sindrome dell’incomunicabilità, tanto è vero che per cogliere i significati di Cronaca di un amore e Le amiche (ritratti amari della buona borghesia, cinica e infelice) non occorre l’interprete in psicologia applicata. Poi, chissà come, Antonioni, uno che insisteva col travaglio interiore anche a parto cinematografico avvenuto, deve aver compiuto il percorso inverso dell’altro nostro grande Michelangelo. Se questi, davanti al Mosè appena uscito dal suo scalpello, esclamò: «Perché non parli?», Michelangelo II davanti al cospetto di personaggi eccessivamente ciarlieri giurò: «D’ora in poi tra una frase e l’altra infilerò dieci minuti di silenzio».Detto fatto. Chi ha visto, per intero, e non è impresa da poco, il famosissimo trittico dell’alienazione (dello spettatore), ovvero L’avventura, La notte, L’eclisse, può confermarlo. Lo scampolo di dialogo che segue è inventato dal vostro immaginifico cronista, ma è più che plausibile. Il tormentato Gabriele Ferzetti domanda a Monica Vitti: «Che ore sono?», lei si gira dall’altra parte, mentre l’inquadratura si sofferma sui volti pensosi di altri personaggi, poi con aria afflitta gli risponde: «Quando me l’hai chiesto erano le sette, adesso saranno le otto meno cinque». Mica facile riuscire a reggere il filo del discorso in queste condizioni, così, proprio nell’Avventura, della coprotagonista, Lea Massari, si perdono all’improvviso le tracce. Salvo ritrovarla, finalmente di buon umore, in un altro film. Non di Antonioni.

Considerando il fogliaccio per cui scrive – e in massima parte chi lo dirige – la cosa non stupirebbe tanto. Certo, uno che stabilisce che Bergman è un vecchio trombone perchè nessuno dei suoi film viene trasmesso in tv in prima serata è degno della compassione di molti. Però insomma, lasciamo parlare da soli i mirabili scritti di questo cialtrone. Requiescant in pacem.

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