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Rimasta vedova subito dopo essere diventata sposa, Julie ordisce la sua tremenda vendetta: rintracciare e uccidere i cinque responsabili della morte di suo marito.
Film considerato minore nella sua pregiata cinematografia, “La sposa in nero” è il film più hitchcockiano di François Truffaut, non solo per i collaboratori (musiche di Bernard Herrmann; tratto dal romanzo omonimo di Cornell Woolrich aka William Irish, che già, ad esempio, aveva ispirato con un racconto “La finestra sul cortile”) ma anche e soprattutto per l’atmosfera e la prova da “ghiaccio bollente” di Jeanne Moreau, richiamata da Truffaut a sei anni di distanza da quello che è il suo capolavoro, “Jules et Jim”. Vedova nera impeccabile e dall’infallibilità quasi divina (leggermente ovvia la similitudine con Diana la cacciatrice), è lei che muove le fila di un film un po’ verboso e troppo dialogato nella prima parte – in cui lo spettatore è tenuto all’oscuro della storia e dunque rischia di cadere nel disinteresse – ma ottimo nella seconda parte, in cui l’abbinamento tra la suspence e il travaglio interiore della protagonista riesce alla perfezione. Divertiti cubetti di gelido humour (la galleria d’arte Nemesis), è un’opera che si rispecchia nell’interpretazione di Jeanne Moreau: fredda e razionale fuori, ardente di sdegno e passione dentro. Truffaut si conferma per l’ennesima volta uno dei più brillanti narratori del cinema moderno: tra i suoi meriti, anche quello di aver in pratica ispirato l’intera impalcatura del Kill Bill tarantiniano. Infine, caso più unico che raro di regista che ha ottenuto due nominations al Golden Globe per il miglior film straniero nello stesso anno (il 1968; l’altro film fu “Baci rubati”).

Voto: 7+