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Autunno 1965: appena trasferitasi in un elegante appartamento a New York, una giovane coppia (lei casalinga, lui attore televisivo senza troppa fortuna) fa la conoscenza di due anziani e bizzarri vicini di casa. Poco dopo, lei resta incinta.
Ciò che fa di “Rosemary’s Baby” – il più alto risultato mai raggiunto da Roman Polanski per come sintetizza mirabilmente i suoi incubi ricorrenti con una chiarezza espositiva senza pari, nella forma e nella sostanza – uno dei film più sconcertanti di tutti i tempi è la sua assoluta coerenza narrativa: a differenza della grande maggioranza degli horror-thriller, specialmente di quelli riguardanti l’argomento in questione (che non sveliamo per correttezza), è di una limpidezza quasi infantile, dritto e liscio fino alla soluzione, portata all’apice dello sbalorditivo. Persino la sequenza più onirica e delirante, quella in cui vengono a galla le ossessioni mai del tutto represse del Polanski più estremo e visionario, è perfettamente spiegabile nella sua inspiegabilità. Finale-shock (coraggiosissimo) a parte, è tutto il vecchio meccanismo del genere (fondato spesso su una chiave di volta collocata alla fine del film che costringe lo spettatore a ripercorrerlo a ritroso, “spiegandosi” così in questo modo l’intera faccenda) ad essere messo in discussione e smontato per concludere che no, non c’è proprio niente da nascondere. Ovviamente, Polanski non rinuncia ai suoi mostri: la follia, l’irrazionale, la disperazione e la speranza, il sesso malato, il mare che fa da sfondo all’unica escursione da un realismo che lascia interdetti. Tutto è magnifico, locandina compresa.

Voto: 8

Trivia
(Prima sceneggiatura non originale per Roman Polanski, che si mantenne molto fedele al romanzo originale, dal titolo omonimo, scritto da Ira Levin)
(La voce al telefono dell’attore Donald Baumgart è quella di Tony Curtis)