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Un regista in crisi, di fronte all’improvviso dietrofront della protagonista del suo ultimo film, non trova di meglio che inventarsi un’inesistente attrice virtuale. Ovviamente, diventa una star.
Seconda regia del neozelandese Andrew Niccol, cinque anni dopo il brillante esordio di “Gattaca”. Partendo da un tema discusso e ricco di spunti da pagina culturale di quotidiano come la sovrapposizione di reale e virtuale, nel cinema come nella vita, è un film lastricato di buone intenzioni che non manca di salacità (la critica sociale allo star-system hollywoodiano specchio di un’umanità di stupidi) ma più volte cade nel luogo comune e nella demagogia (Simone che si butta in politica), con vari riferimenti a “Tootsie”, “Da morire” e ovviamente al mito di Frankenstein, esplicito fin dal nome (Viktor) del personaggio principale. Rimane un collage di situazioni divertenti per un film che regge bene alla distanza, nonostante gli inguardabili primi venti minuti (con Al Pacino al suo peggio); bella l’inquadratura finale. Piatto e convenzionale nella scrittura registica, dove la scarsa mano di Niccol si vede nella sequenza della “morte” di Simone: una banale dissolvenza di pixel, come se la lezione di HAL 9000 non fosse servita a niente. Ma forse è proprio questo il principale limite del film: la sua protagonista non esiste, non ha personalità, non ha pensieri, è un ologramma; un anno dopo l’affascinante 2001 profetato da Kubrick, il futuro non è che una tastiera e una diva di plastica.

Voto: 6-

Trivia
(Nella campagna pubblicitaria del film è stato detto che il ruolo di Simone era interpretato da un’attrice virtuale creata al computer in modo perfettamente realistico; invece è interpretato dall’esordiente Rachel Roberts, a parte le scene in cui viene manipolata al computer)
(Nella scena degli Oscar i cognomi delle altre tre nominate sono altrettanti omaggi all’informatica: Apple, Packard e Corel)
(Aspettate la fine dei titoli di coda per spegnere il lettore DVD)

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