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Un designer di mezza età, medio e quieto, torna a casa dopo una giornata di lavoro.
Insieme a “La grande abbuffata” è la summa del cinema corrosivo del milanese Marco Ferreri, uno dei pochi registi degli ultimi cinquant’anni del quale si può dire che abbia imposto un proprio stile, condivisibile o meno. Per quasi tutto il film la principale chiave interpretativa sembra nascosta nel prologo, breve saggio sull’irrefrenabile processo di alienazione dell’uomo contemporaneo, messo in pratica da un perfetto Michel Piccoli in ottanta minuti di solitudine che hanno in sé il perverso splendore dell’Apocalisse. Pare di vedere, dietro la sua espressione serena, i suoi modi gentili, le sue azioni attente, minuziose e sagge, un piano di fuga da un mondo che non può sopprimere e dal quale non vuole farsi sopprimere. Quella pistola, smontata, rimontata (scena cult: davanti al filmino della corrida), riverniciata rossa a pois bianchi, caricata, armeggiata in pose western, è la vera protagonista del film. Ma ci sbagliavamo: mai dare per scontato Ferreri, mai credere di “averlo capito”, anche quando ripropone temi che sembrano familiari (il sesso, il cibo). Il finale, geniale e strafottente, manda all’aria mille castelli di congetture e pensose tesi anticapitalistiche su cui si fondavano altrettante recensioni. La storia di uno stronzo che vince su tutta la linea: un’utopia, che Ferreri non manca di sottolineare con le ultime inquadrature da cartolina finta. Film arduo, duro da digerire; difficile che qualcuno lo elegga a suo preferito, ma come si può non apprezzarlo? John Dillinger fu un celebre rapinatore di banche americano durante il periodo della Grande Depressione, bollato come “il pericolo pubblico n.1” dall’FBI, che lo uccise all’esterno di un cinema di Chicago nel luglio 1934.

Voto: 8=

Trivia
(La cucina che si vede nel film sta in una casa diversa rispetto alle altre stanze che si vedono nel film. Era la cucina della casa di Ugo Tognazzi)

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