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Appena uscito di prigione, dove ha scontato tre anni per omicidio, un ex neo-nazista redento cerca di convincere suo fratello minore a non prendere la sua stessa strada.
L’esordio alla regia cinematografica di Tony Kaye, cineasta britannico dalla multiforme carriera (è anche documentarista e direttore di spot pubblicitari e di videoclip), è un film duro e antipatico, popolato di una gran quantità di personaggi spregevoli, fatto apposta per turbare e non piacere. E’ tuttavia impossibile giudicarlo senza fare una netta distinzione tra l’epilogo della sceneggiatura finale e quello che Kaye avrebbe voluto (perciò ora sveleremo i due finali, se non l’avete visto siete pregati di rivolgere lo sguardo da un’altra parte). La prima versione del copione, cassata dalla produzione perché portatrice di un messaggio troppo negativo, termina con questa scena: dopo l’assassinio di Danny, Derek si taglia a zero i capelli davanti allo specchio del bagno della scuola. Finale ancora più coraggioso e spiazzante, tutt’altro che rassicurante ma nient’affatto giustificatore né tantomeno “nazista”: dice che la spirale dell’odio non si può tagliare con un colpo di forbice ma rimane acquattata nel profondo dell’animo umano, e che – più banalmente e semplicemente – ogni violenza, di qualunque colore, ne genera altra all’infinito. La carta vincente del film è la sceneggiatura originale di David McKenna, che schiva quasi tutti i tranelli di un argomento come l’estremismo di destra nella società americana, evitato come la peste da tutto il cinema USA. A disagio con un lungometraggio di due ore, Kaye abbonda in ralenty e si mette nelle mani di un eccellente Edward Norton, al primo ruolo maturo della carriera che gli fruttò la prima (e finora unica) nomination all’Oscar come protagonista.

Voto: 7-

Trivia
(Nella scena della partita di basket Seth indossa una t-shirt con il numero 88, che nel codice neo-nazista vuol dire “Heil Hitler” (la H è l’ottava lettera dell’alfabeto). Nel 2000 fece scalpore la scelta di indossare la maglia numero 88 da parte del portiere del Parma Gigi Buffon, che già l’anno prima si era distinto per aver scritto con un pennarello sulla propria maglia “Boia chi molla” durante Parma-Lazio. Investito dalle polemiche, Buffon optò per il numero 77, motivando la scelta dell’88 per il fatto che per lui questo numero significava semplicemente “quattro palle”, e cioè abbondanza di attributi)

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