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Il piccolo Antoine Doinel va male a scuola e ha un cattivo rapporto con i suoi genitori: scappa di casa, ci torna ma finisce in riformatorio.
L’opera prima di François Truffaut è passata agli annali come una delle più folgoranti mai viste su uno schermo cinematografico: assoluto onnivoro di cinema (tanto da dedicare il suo primo film a André Bazin, uno dei fondatori degli storici Cahiers, morto a 40 anni nel 1958, la notte successiva all’inizio delle riprese), il 26enne Truffaut è già comunque ben lungi dal copiare acriticamente i suoi maestri, ma ha già sviluppato un proprio stile, all’insegna di quei temi e di quella scanzonata delicatezza che ritroveremo nelle sue opere successive. E’ anche il primo capitolo della pentalogia di Antoine Doinel, bambino che si farà ragazzo e quindi uomo, che qui assurge a simbolo dell’età inquieta: sconvolgente, per i tempi, la rappresentazione dell’infante non più come creatura incantevole e al massimo un po’ saccente, ma come essere pensante, che fuma, beve, vagabonda, mente e ruba perfino. Nonostante la vicenda sia ben drammatica, non c’è traccia di pietismo nè fiumi di zucchero nel rapportarsi ad Antoine; un’asciuttezza che ricorda quella di Rossellini in “Germania anno zero”. Memorabilia: i titoli di testa con Parigi ripresa ad altezza di bambino; Antoine che copia Pascal parlando della morte di suo nonno; il finale sulla spiaggia. Candidatura all’Oscar per la sceneggiatura originale. Faire les quatre cents coups = fare il diavolo a quattro.

Voto: 8-

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