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Moore indaga sul sistema sanitario americano, quasi totalmente in mano alle compagnie assicurative e alle multinazionali farmaceutiche.
Se i suoi due precedenti lavori – quelli che gli hanno dato fama mondiale – erano essenzialmente rivolti al pubblico estero (“Bowling a Columbine” spiegava l’America agli stranieri; “Fahrenheit 9/11” trattava comunque un tema di dominio universale), con “Sicko” Michael Moore torna all’antico e parla direttamente ai suoi compatrioti, in un’ennesima e sempre efficace variazione sul tema del “che cosa siamo diventati”. La tirannia di Big Pharma, il colosso sanitario che tiranneggia i degenti obbligandoli a sborsare cifre dissennate anche per un semplice inalatore, è un agghiacciante paradosso tutto americano; e perciò non suscita che compassione nella gran parte degli spettatori europei, che potranno peraltro divertirsi a smontare la ricostruzione idilliaca che Moore, per tirare acqua al proprio mulino, fa della Francia e dell’Inghilterra. Adeguandosi al livello culturale dell’americano medio (che non brilla per perspicacia), le ricostruzioni di Moore sono all’insegna di uno stile volutamente rozzo e demagogico da reality show; per fare presa si puntellano con i drammi privati (con grande abbondanza di lacrime), ma contengono anche una puntigliosità sarcastica che indigna lo spettatore neutrale come la famosa intervista con Charlton Heston. Sconcertante il finale a Cuba.

Voto: 6,5

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