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Quattro amici lasciano la città e partono per un weekend sui monti Appalachi, dove hanno in programma una gita in canoa lungo il fiume Cahulawassee, in una zona che sta per essere sommersa da un lago artificiale. Diventato in breve tempo uno dei film-cult degli anni ’70 anche da noi (grazie ad uno dei pochi titoli in italiano che è migliore a quello originale, “Deliverance”), a “Un tranquillo weekend di paura” basta battere su pochi, giusti tasti per ottenere il suo scopo: la constatazione della vacuità delle tesi superomistiche (incarnate dal personaggio di Burt Reynolds) sull’indiscussa superiorità dell’uomo, e contemporaneamente il tema leopardiano della Natura “matrigna”, la cui vendetta – evocata come uno spauracchio dai movimenti ambientalisti – ha gioco ancora più facile grazie all’involontaria collaborazione dei gretti abitanti del luogo. Nonostante qualche lungaggine e una sceneggiatura un po’ esile, come macchina spettacolare funziona a pieno regime, con almeno una scena memorabile (la celebre “Dueling Banjos”, che in realtà è un duello banjo-chitarra) e i paesaggi mozzafiato immortalati dalla fotografia del grande Vilmos Zsigmond. Una vetta del thriller d’avventura.

Voto: 7=

Trivia
(Nel ruolo del figlio di Ed, che compare alla fine, c’è Charley Boorman, figlio del regista)
(Per risparmiare la produzione non stipulò alcuna assicurazione, e gli attori non ebbero controfigure o stuntmen. Burt Reynolds si ruppe il coccige durante la scena delle rapide in canoa)
(John Boorman avrebbe voluto Marlon Brando per il ruolo di Lewis ma, resosi conto che era troppo vecchio, scelse il più giovane Burt Reynolds che gli assomigliava molto)
(L’unico dei quattro protagonisti a saper andare in canoa era Ned Beatty, al suo primo film. Gli altri tre impararono sul set)

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