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Perso il posto in fabbrica, un povero operaio inizia a vagabondare per la città facendo la conoscenza con una “monella” nelle sue stesse condizioni.
Passato alla storia come uno dei più lucidi e divertenti (e perciò ancor più taglienti) saggi sulla nostra condizione nel Ventesimo Secolo, nella cinematografia e non solo, “Tempi Moderni” di Charles Chaplin divide la specie umana in due categorie: gli alieni – i ricchi, i padroni, gli irraggiungibili e incomprensibili, gli unici a cui Chaplin riserva l’onta (perché così la considerava all’epoca) di poter usare la voce per esprimere concetti di senso compiuto – e gli alienati, la maggior parte, immortalata dalla celebre dissolvenza iniziale operai-pecore e stritolata (metaforicamente e non) da un mondo che procede alla rovescia, di cui Charlot mette a nudo l’insensatezza nella scena della canzone: il primo attimo di successo e soddisfazione della vita giunge dopo aver fatto il clown biascicando parole senza senso. E’ anche la prima volta nella storia in cui Charlot emette suoni. Chaplin gioca con le invenzioni e le tecnologie (ingranaggi, macchine astruse, scale mobili) divertendosi a scardinare l’incrollabile fiducia nel Progresso; porta il film oltre la dimensione “familiare” del post-1929 rendendolo apologo senza tempo sulla magnifica e perfetta inconcludenza della vita, e lo chiude con il consiglio più semplice, disarmante e geniale della storia del cinema: “Smile”.

Voto: 8

Trivia
(Il nome del personaggio di Paulette Goddard è Ellen Peterson)
(Fu uno dei film per i quali Chaplin fu accusato di essere filo-comunista e sovversivo; nonostante le sue sdegnate smentite, fu costretto ad andare a vivere in Svizzera)