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Vampirizzata a pochi giorni dalla laurea, una studentessa in filosofia diventa a tutti gli effetti “una di loro”: ma se all’inizio ne trae beneficio e vitalità, a lungo andare la sua condizione precipita nella tossicodipendenza.
Anni ’90, anni di vampiri: al barocchismo di Coppola e alle elucubrazioni glamour-chic dell’ “Intervista col vampiro” di Neil Jordan risponde un Abel Ferrara alla svolta della sua carriera, tre anni dopo il neorealismo urbano del “Cattivo Tenente”: ecco il suo primo horror cattolico. Il vampirismo diventa, in grami tempi di psicosi-AIDS e allarmi droga, la feroce metafora di un mondo che paga col dolore e la sofferenza i propri slanci oltre la barriera del possibile, più eticamente che razionalmente. Una visione integralista che Ferrara cerca di rendere autorevole innestando a dosi massicce pillole di filosofia che fanno talvolta l’effetto delle frasi dei baci Perugina. Meglio la seconda parte, impreziosita da un grandioso cammeo di Christopher Walken e dalla visionaria scena della festa di laurea, empito di coraggio da parte di un regista che non si è mai fatto problemi nello sfidare il senso del ridicolo e del filmabile rimanendo al di qua del limite. Candidato all’Orso d’Oro a Berlino, girato in soli 20 giorni.

Voto: 6,5