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Antoine Doinel, cresciuto e divenuto maggiorenne, si arrabatta tra un lavoro e l’altro dopo aver lasciato l’esercito nel quale si era arruolato per una delusione d’amore.
Secondo capitolo della pentalogia di Antoine Doinel, archetipo del personaggio truffautiano nella sua natura ondivaga e inquieta. Il passaggio dall’adolescenza all’età della presunta maturità si lascia alle spalle la freschezza sfrontata e selvaggia dei “Quattrocento colpi” per adottare un ritmo più compassato e malinconico, che parla del presente ma lo fa tra un sospiro nostalgico e l’altro; i “Que reste-t-il” sussurrati da Charles Trenet nella celebre canzone d’apertura sono anche altrettanti agganci all’attualità, alle rivolte, al cancello chiuso della Cinématheque (al cui fondatore Henri Langlois è dedicato questo film). Fatto con la mano sinistra da Truffaut, principalmente per trovare il denaro per i suoi progetti più ambiziosi (tra cui “La mia droga si chiama Julie” dell’anno dopo, tratto dal romanzo che Doinel legge mentre fa il portiere di notte), è un film parigino per antonomasia, lieve e leggero, di quelli che se li porta via il vento.

Voto: 7=

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