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Educazione politica e sentimentale di un ragazzo degli anni ’60 a Latina, periferia del Grande Impero.
Uno: nei film italiani c’è sempre una famiglia con dei “problemi”(dev’essere così che si dicono Rulli & Petraglia, quando si mettono al computer a scrivere: “mettiamoci la famiglia con i problemi”). Due: quando nei film italiani si parla di politica, con poche lodevoli eccezioni (una delle quali è proprio Luchetti ’91), se ne parla sempre al passato, o tirando in mezzo il Mascellone oppure coi favolosi anni ’60 e i fascisti e i comunisti ecc. ecc. Tre: nei film italiani cosiddetti “impegnati”, siano essi comici o tragici, c’è sempre qualcuno che muore. Passa per il rispetto di queste tre auree regolette – perché il pubblico è sempre più televisivo e detesta le sorprese – il successo, non immeritato sia chiaro, di “Mio fratello è figlio unico”. Luchetti è un regista abile che ha sempre dato il suo meglio nella messa in scena dei rapporti interpersonali e non si smentisce, anche se la dimensione politica è ritratta in modo stereotipato e risibile (unico graffio la sequenza “morettiana” di Beethoven al Conservatorio). La carta vincente è così la descrizione delle vite private e familiari dei protagonisti, la cui sentita verosimiglianza passa da dialoghi opportunamente scarni e spigolosi. Inevitabili cammei autoreferenziali stile Amendola in “Caterina va in città” (Zingaretti fascista, Celestini prete); bel finale. Elio Germano è l’unico fuoriclasse del cinema italiano contemporaneo.

Voto: 6,5

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