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Brooklyn, agosto 1972: storia (vera) di una rapina in banca che andrà a finir male.
Incastonato proprio a metà del decennio che rivoluzionò la storia di Hollywood, “Dog Day Afternoon” (titolo bellissimo e col tempo diventato proverbiale, quasi come la sua traduzione italiana, che ne è all’altezza), oltre ad essere un classico dei film di rapina (da trent’anni qualsiasi attore alle prese col ruolo del rapinatore deve fare i conti con il Sonny Wortzik di Al Pacino), è anche critica sociale lucidamente arrabbiata, dacché all’empatia verso Sonny (ma non verso Sal, prototipo del balordo: altro ruolo importante di John Cazale) e in fondo anche verso la polizia si oppone la rappresentazione quasi grottesca dei mass media e del pubblico che vuole farsi protagonista: per Sidney Lumet, un anno dopo sarà già tempo di “Quinto potere”. Discretamente fedele alle tre unità di spazio (con qualche eccezione), tempo e azione, il che accresce la tensione fino al climax finale; ma non si può nascondere che per almeno un’ora e mezza è puro one-man-show di Al Pacino, ormai definitivamente elevatosi al rango di sommo istrione dopo il poliziotto Serpico di due anni prima. Nomination all’Oscar – come attore non protagonista – anche per Chris Sarandon, presente in appena due scene che lasciano il segno.

Voto: 7

Trivia
(L’intero dialogo al telefono tra Al Pacino e Chris Sarandon fu improvvisato)
(Frank Pierson scrisse la sua sceneggiatura da Oscar in sole 12 scene)
(Basato sulla vera storia di John Wojtowicz, che il 22 agosto 1972 tentò di rapinare una banca di Brooklyn insieme a Salvatore Naturile)
(Le scene in esterni, sebbene ambientate in un pomeriggio d’agosto, furono girate d’inverno. Per evitare che si vedesse il fumo durante la respirazione, gli attori si misero in bocca alcuni cubetti di ghiaccio prima di ogni ciak)

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