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Gaetano, stufo di vivere a Napoli, fa i bagagli e se ne va a Firenze. Va a vivere insieme a un’infermiera con ambizioni da scrittrice.
Brillante esordio alla regia del 28enne napoletano Massimo Troisi, che a fine anni ’70 aveva riscosso un grande successo televisivo come punta di diamante del trio comico della Smorfia, insieme a Lello Arena e Enzo Decaro. Napoli e i napoletani non sono mai stati così lontani da quell’apparato di stereotipi che essi stessi a volte, colpevolmente, alimentano da soli; lo sguardo dolce, l’ipocondria, la timidezza quasi patologica del personaggio Gaetano, che poi è tutt’uno con l’attore-regista-scrittore, lo accompagnano nel suo sguardo critico e distaccato verso il lato tradizionale e conformista di una città, dei suoi modi di fare e delle sue abitudini, simboleggiate dalla scena del matrimonio. Un geniale fantasista che ha preferito consapevolmente lo stare in disparte, un’ala sinistra; eppure amatissimo dai suoi concittadini e paradossalmente avversato da Roma in su. Per l’inclassificabile filosofia anarcoide e la struttura narrativa “a sketch” è assimilabile ai primi film di Moretti. Spettacolari monologhi del Troisi attore, tra i quali spicca, e vale mezzo voto in più al film, la memorabile tirata finale sui nomi dei bambini.

Voto: 7,5

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