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Concadalbero (Padova): si intrecciano le vicende di un rispettabile meccanico tunisino, di una bella maestrina toscana e di un ragazzo del posto con la passione del giornalismo.
Il ritorno a casa del padovano Carlo Mazzacurati, dopo alcuni ultimi film infelici, ha la verve e la lucidità di pensiero degli altri suoi due film sul Nord-Est, l’ormai ventenne “Notte italiana” e “La lingua del santo”, che è forse il suo migliore. Si assiste finalmente ad un esempio di cinema italiano che “è dentro” la realtà e non la racconta per frasi fatte e sentito dire televisivi (piccolo ma significativo esempio: è uno dei pochissimi film nostrani che mostra un uso corretto e verosimile di Internet e della posta elettronica). L’analisi sociologica dell’Agiata Provincia, luogo comune geografico che ha equivalenti in tutto il mondo (si pensi a Chabrol, di cui questo film ricalca i crescendo delle sue atmosfere da noir), non ha niente di rivoluzionario, ma è condotta con la felpata eleganza di colui al quale, forte dei propri argomenti, è sufficiente esporli sottovoce. Come ne “La terra” di Rubini, che gli è affine, la risoluzione dell’intreccio e le considerazioni finali – fin troppo scopertamente moraleggianti – non sono la parte migliore di un film che brilla invece nella scrittura dei personaggi e nel disegno di un quadro complessivo che non è bestemmia avvicinare agli ultimi Clint Eastwood. Menzione per Valentina Lodovini, 28enne di Umbertide esteticamente a metà tra Giovanna Mezzogiorno e Anita Caprioli, talento da non sottovalutare.

Voto: 7=