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In crisi professionale e sentimentale, assillato da donne, produttori e giornalisti, il regista Guido Anselmi cerca l’ispirazione per portare a compimento il film della sua vita.
Uno dei rarissimi – anzi, forse l’unico film “a parte” della storia del cinema. Fa genere a sé. Mastodontica riflessione non solo sulla natura dell’Arte (attraverso la figura del regista) e sulle strade spesso impervie che essa imbocca per sgorgare prodigiosamente quasi dal nulla; ma anche sulla vita stessa (“E’ una festa, la vita. Viviamola insieme”), che un intero cast in stato di grazia (tutti nessuno escluso, da Fellini all’ultima delle manovalanze) rappresenta come un labirinto alla Borges in cui si intrecciano sogni, ricordi, allucinazioni, incubi, suggestioni e infine realtà, senza che nessuna di esse meriti di prendere il sopravvento sulle altre. Strutturato come un’opera lirica in atto unico dal flusso continuo, ma nervoso e irregolare come la nostra attività cerebrale; produce istanti di splendore assoluto ancor prima che di grande cinema: Asa Nisi Masa, il sorriso della Cardinale, la rumba della Saraghina, il girotondo finale. Dino Buzzati lo definì “la masturbazione di un genio”: in realtà è qualcosa di più, un’opera d’arte di infinito coraggio da parte di un regista che trovò necessario e taumaturgico, per mettere ordine nel suo magnifico caos creativo interiore, mettersi a nudo davanti al mondo (attraverso Mastroianni, la propria proiezione sulla pellicola) con sincerità indegna di qualunque altra causa. Fellini avrebbe anche potuto fermarsi qui; continuò invece, con l’inevitabile, seppur luminosissima, parabola discendente.

Voto: 8,5

Trivia
(Com’è noto, il film fu intitolato così perché si trattava dell’ottavo film e mezzo della carriera di Fellini. Il “mezzo”, il suo primo, è “Luci del varietà”, diretto nel 1951 insieme ad Alberto Lattuada)

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