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Washington: un professore universitario nutre il sospetto sempre più fondato che i suoi vicini di casa, all’apparenza famiglia distinta e rispettabile, siano in realtà due terroristi di estrema destra.
Con apprezzabile precursione dei tempi, sotto l’etichetta convenzionale e sbrigativa di anonimo thriller urbano come tanti, arriva al tramonto del ventesimo secolo la pietra tombale di uno dei miti americani più solidi e inscalfibili, quello della sicurezza nazionale. Guardandosi bene da facili generalizzazioni, “Arlington Road”, significativamente ambientato nella capitale Washington, insinua l’insopportabile tarlo dell’ormai impossibile quieto vivere. Sono tra noi, e possono essere dappertutto. Il finale, spiazzante, duro ed estremamente coraggioso, accresce ancor più la sensazione da “american nightmare”, perseguita stilisticamente da Mark Pellington (passato da regista di videoclip, tra cui tutti quelli dell’album “Achtung Baby” degli U2) con un inizio tradizionale in cui si sviluppa il tema classico del “sospetto” hitchcockiano, che fa spazio dalla metà in poi ad un clima psicotico e angosciante che rimanda per certi versi all’escalation di “Rosemary’s Baby” (non solo per l’untuosità del vicinato). I pezzi pregiati del poker d’attori sono i coniugi Lang: Tim Robbins, fuoriclasse dell’ambiguo, e Joan Cusack, che non perde occasione per graffiare comme d’habitude anche in un ruolo minore.

Voto: 7+

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