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In un paesino francese, negli anni bui del collaborazionismo coi nazisti, una madre di famiglia si guadagna da vivere praticando aborti clandestini e affittando camere a prostitute.
Basato sulla vera storia di Marie-Louise Giraud, il film che rilanciò la carriera del 58enne parigino Claude Chabrol, aprendogli la strada a quel grande successo di pubblico che non aveva ancora avuto, almeno all’estero. Impeccabile, anche troppo, nella prima parte, per la minuziosa descrizione della vita e delle abitudini nella Francia dei primi anni ’40, diventa quasi all’improvviso un apologo di straziante lucidità su una certa epoca che i francesi, al nostro contrario, hanno sempre trattato come la fogna che è stata. Nel 1988, quasi alla fine di un decennio di rifiuto a tutti i livelli dell’eccessiva petulanza nella rivendicazione di certi diritti invocati nei vent’anni precedenti, Chabrol sceglie di fare un film profondamente e sinceramente femminista, privilegiando da grande narratore l’inattaccabilità dei fatti al facile moralismo da gauche-caviar. Gli uomini, d’ogni ceto e censo, ne escono a pezzi. Isabelle Huppert prosegue la galleria dei suoi grandi personaggi chabroliani, ma merita una menzione anche la povera Marie Trintignant, figlia di Jean-Louis, morta di edema cerebrale il 1° agosto 2003 – sessant’anni e due giorni dopo l’assassinio di Marie – dopo essere stata brutalmente picchiata dal suo compagno Bertrand Cantat, cantante del gruppo dei Noir Désir. Col senno di poi, questo film è anche per lei.

Voto: 7,5

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