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Silvio Magnozzi, studente romano d’architettura arruolatosi tra le fila partigiane dopo l’8 settembre, viene catturato dai tedeschi nella campagna veneta; una ragazza gli salva la vita e gli dà rifugio nel proprio mulino.
Il miglior film di Dino Risi, tra i più compiuti – nella splendente epoca d’oro del cinema italiano – nel radiografare l’italica gente con occhio clinico e giammai indulgente; finendo, paradossalmente e involontariamente, nell’alimentare tutti i luoghi comuni sull’Italiano Medio che hanno continuato a sopravvivere nel secolo successivo. E’ un capolavoro perché, clamoroso a dirsi (visto il proseguo di carriera di Risi), non è mai retorico né manicheo, e la vigliaccheria del suo protagonista non è macchiettistica come tanti, troppi personaggi sordiani. Merito della magnifica sceneggiatura di un grande scrittore (Rodolfo Sonego) futuro collaboratore di Sordi nei suoi film da regista. L’imbastardimento generale di questo disgraziato Paese ha fatto sì che nel tempo, da patrimonio universale della nostra cultura, sia diventato per qualcuno una roba veltronianamente buonista e troppo scopertamente “de sinistra” per i loro gusti. Scene memorabili: la cena a casa dei monarchici; l’esame di architettura; il finale. Mai come in questo film, di Alberto Sordi si può dire: una faccia, una razza.

Voto: 8

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