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Una ragazza russa, forse una prostituta, muore di parto in ospedale; il neonato viene preso in consegna da un’infermiera che si mette in cerca del padre.
A due anni dalla svolta di “A history of violence”, David Cronenberg prosegue il cammino con gli stessi compagni di viaggio, arrivando ad affidarsi per la seconda volta consecutiva – inaudito – ad uno sceneggiatore che non sia lui stesso (è il turno di Steven Knight, già nel 2004 apprezzabile descrittore della Londra dei bassifondi in “Piccoli affari sporchi” di Frears). I sessant’anni l’hanno reso più saggio, più concreto, meno incline agli svolazzi d’antan: anche se non c’è e non ci sarà mai il rischio che possa diventare Ken Loach, sorprende la cordiale partecipazione con cui segue le storie dei due protagonisti, e di come una realtà tangibile e certificata come la mafia russa sia descritta con insospettabile perizia da documentarista. Rispetto al film precedente, è meno urlato e retorico e invece più smussato. Dove là si operava per accumulo, qui si agisce per ellissi, fredde ed eleganti sì come l’eccellente Viggo Mortensen, nuovo e giustificato feticcio di Cronenberg. Gocce di umorismo nerissimo in un thriller-noir che dà a suo modo spettacolo rinunciandovi in partenza, ed esplode nella magnifica scena della sauna, destinata a diventare cult. Per apprezzare il finale andrebbe visto almeno due volte.

Voto: 7+

Trivia
(Primo film di Cronenberg interamente girato fuori dal Canada)