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Sbattuto in prigione per aver divelto da un marciapiede alcuni parchimetri, il ribelle Luke (inspiegabilmente tradotto in Nick nella versione italiana) non digerisce le regole della vita carceraria.
Uno dei più famosi film di genere carcerario, compone con “Gangster Story” e “Butch Cassidy” il trittico di film che alla fine degli anni ’60 rivoluzionò l’estetica del fuorilegge, gettando via l’immagine da balordo rassicurante e semplicistica che durava da mezzo secolo e facendolo assurgere a simbolo della contestazione e della ribellione: l’avanzo di galera è degno di attenzione e compassione come e più di un comune incensurato, perché ha avuto il coraggio di andare fino in fondo alle sue scelte fino alla sfida finale col Destino, in nome di un diritto all’autodeterminazione che, in quell’epoca agitata, veniva prima di ogni altra cosa in risposta a decenni di repressioni, sogni frustrati e torte di mele. Dei tre film sopra citati – pur conservando sostanzialmente la stessa filosofia di pensiero, ironica e disincantata – è comunque il parente povero, il meno cesellato nel disegno dei personaggi (ma George Kennedy, per il ruolo di Dragline, vinse l’Oscar come attore non protagonista) e nella complessità della trama; cucito attorno agli occhi cerulei di Paul Newman (qui in uno dei personaggi che ne hanno fatto una leggenda), ha all’attivo anche la sobria regia western di Stuart Rosenberg e la magnifica colonna sonora di Lalo Schifrin.

Voto: 7=

Trivia
(Bette Davis rifiutò il ruolo della madre di Luke/Nick)
(La colonna sonora di Lalo Schifrin è stata usata per anni dalla televisione americana ABC come sigla della rubrica “Eyewitness News”)
(La locandina originale di questo film campeggia sulla parete all’ingresso di casa di Edward Norton/Monty Brogan ne “La 25a ora”)

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