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Firenze: un architetto, un giornalista, un barista e un conte spiantato, amici d’infanzia e tutti sulla cinquantina, si riuniscono di tanto in tanto per progettare scherzi crudeli e “zingarate” in città e nei paesi del circondario.
Benchè sia passato alla storia soprattutto per i suoi irresistibili frammenti burleschi (la supercazzola, gli schiaffoni alla stazione), soffia costantemente su “Amici miei” l’alito della morte, fin dalla pre-produzione (non riuscì ad essere l’ultimo film di Pietro Germi, il cui nome ancora compare nei titoli di testa); essa incombe come uno spauracchio nelle esistenze rinascimentali dei quattro protagonisti, che usano i loro scherzi, i loro travestimenti, il loro teatrino per sentirsi vivi, nonostante, agli occhi del mondo, siano già fantasmi da un pezzo. Dei cinque attori principali nessuno è toscano (Tognazzi di Cremona, Moschin di Verona, Noiret francese, Del Prete di Cuneo e Celi di Messina): a procurare al film il beffardo e principesco spirito goliardico fiorentino ci pensa un Monicelli in stato di grazia. La dipartita finale di Philippe Noiret è l’involontaria metafora della morte di un genere, la commedia all’italiana, che Monicelli stesso aveva inventato con “I soliti ignoti” nel 1958 e che termina con questo canto del cigno, per spirito e graffiante cinismo all’altezza dei suoi predecessori. Valga per tutte una scena potenzialmente straziante come il primo ingresso del conte Mascetti con moglie e figlia nel fetido scantinato che sarà la loro nuova casa: ogni velleità di neorealismo è messa in burletta, con la figlia che abbraccia felice, credendolo l’impianto del riscaldamento, il tubo di scarico del cesso.

Voto: 8-

Trivia
(Nel progetto originale di Germi il film doveva essere ambientato a Bologna; fu Monicelli a “trasferirlo” a Firenze)
(Aiuto-regista di Monicelli in questo film fu un giovane Carlo Vanzina)
(Dei cinque personaggi principali, l’unico dei quali non viene mai citato il nome di battesimo è il professor Sassaroli)
(Esiste una corrente di pensiero che sostiene che la morte finale del Perozzi sia l’ennesima zingarata ai danni dell’odiata moglie: sebbene giaccia morto sul letto, è visibilissimo il movimento respiratorio del torace di Philippe Noiret)
(Si scoprirà in “Amici Miei Atto III” che la famosa parola inventata dal conte Mascetti non è “supercazzola”, bensì “supercazzora”

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