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Due ragazzi dall’aria distinta e dai modi urbani prendono possesso della villa sul lago di una famiglia borghese (marito, moglie, figlio e cane) e iniziano gentilmente a torturarli.
Il peggior incubo domestico mai partorito da una mente europea. Siamo disposti ad ammettere che anche l’angoscia e lo sgomento possono generare emozione? Se sì, “Funny Games” è una delle perle nascoste degli anni ’90, il risultato più alto mai raggiunto dal tedesco (di Monaco) Michael Haneke; non solo una riflessione metatestuale sulla brutale banalizzazione della morte violenta nel cinema d’oggi, ma gioco al massacro lucidissimo e – perché no? – divertente, almeno per chi ha abbastanza pelo sullo stomaco per cogliere lo humour nerissimo e nonsense (“Perché lo fate?” “Perché no?”) di Peter e Paul. Uno biondo e grassoccio, uno moro e segaligno: nel 1929 Stan Laurel e Oliver Hardy realizzarono una delle loro short stories di maggior successo, “Big Business”, in cui sono venditori porta a porta di alberi di Natale che tormentano un cliente fino a distruggergli la casa e farlo saltare in aria. Andò in concorso a Cannes 1997, anno in cui era giurato Nanni Moretti, che lo detestò visceralmente. E in effetti non si sa bene come prenderlo: serissima burla dell’ultraviolenza televisiva (ma la morte è lasciata pudicamente fuori campo) o borghese gioco di società scientificamente agghiacciante perché del tutto gratuito? Comunque la pensiate, colpisce forte. Nel ruolo di Georg sr. c’è Ulrich Muhe, che dieci anni dopo diventerà famoso per l’interpretazione della spia DDR nell’acclamato “Le vite degli altri”. Ne uscirà un remake tra qualche settimana, diretto dallo stesso Haneke, con Naomi Watts, Tim Roth e Michael Pitt.

Voto: 8=

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