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Aprile 1945: Berlino è assediata dall’Armata Rossa e le milizie del Reich sono allo sbando. Il Fuhrer, rinchiuso in un bunker, cerca di resistere insieme a un manipolo di fedelissimi.
I due film simbolo della rinascita cinematografica tedesca su scala mondiale raccontano entrambi pagine dolorose della loro storia contemporanea. Artisticamente parlando, però, c’è un abisso tra la toccante compostezza de “Le vite degli altri” (di cui si parla altrove) e la fluviale verbosità di questa “Caduta” che inciampa sull’ostacolo che l’altro aveva brillantemente superato: comunicare il corso della Storia allo spettatore, ignaro specie se straniero, utilizzando il minor numero possibile di parole e spiegazioni, ma puntando l’attenzione su simboli, sguardi, gesti sintomatici (la malattia di Hitler, qui ridotta a un tremolio-macchietta) della fine di un impero. Il clima è immensamente angosciante, e l’ultima mezz’ora, scandita da un’impressionante sequenza di suicidi e morti ammazzati, ha suscitato in patria numerose polemiche non del tutto infondate: perché lasciare fuori campo, quasi per imprecisato rispetto o senso del pudore, i suicidi del Fuhrer, della sua consorte e dei coniugi Goebbels ma indugiare sulla fine straziante dei sei figli di questi ultimi? Checchè se ne dica, il film non è comunque soltanto la cronistoria delle ultime ore dell’Hitler paranoico e crepuscolare (comunque tutt’altro che umanizzato) di un inappuntabile Bruno Ganz, ma una lugubre e grave carrellata di fantasmi su cui Hirschbiegel risparmia almeno ogni commento, ché la Storia li ha già giudicati.

Voto: 6-

Trivia
(Bruno Ganz studiò i sintomi tipici del Parkinson osservando i pazienti di una clinica svizzera)
(Il ritratto che a un certo punto Hitler fissa immobile nel suo studio è quello di Federico il Grande, re di Prussia)
(Delle trentasette persone rimaste in vita dopo gli eventi raccontati nel film, l’unico superstite è Rochus Misch, guardia del corpo di Hitler che abita oggi in un sobborgo alla periferia di Berlino)