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Un adolescente newyorkese elegante, raffinato e molto più colto della media si innamora della nuova moglie di suo padre.
Scandita da numerose citazioni-guida di François-Marie Arouet detto Voltaire, una commedia con molto acume che riesce a infondere in chi la guarda un po’ della propria intelligenza. La brillante idea di partenza è l’ironica condizione di Oscar “Tadpole” (girino) Grubman, quindicenne campione di precocità – dote che possiede in esubero: se il cinema americano indipendente ci sta ultimamente raccontando di tredicenni che si atteggiano a diciottenni (“Thirteen”, appunto), lui ha l’età mentale di quarant’anni. Il contrasto tra la grande maturità del protagonista e la fanciullesca evanescenza dei suoi superiori (tra cui il redivivo John Ritter: com’è ingrassato da quando faceva il playboy in “Skin Deep”) è la constatazione più ovvia e meno brillante di un film che talvolta, peccando di troppa acutezza, eccede in snobismo. Risvolti alleniani nella descrizione dell’upper class newyorkese e del protagonista colto da amour fou che tenta ciononostante di mantenersi razionale. L’ottimo Aaron Stanford, al suo film d’esordio, aveva in realtà 25 anni; discorso inverso per Sigourney Weaver, 52enne nel ruolo di una quarantenne.

Voto: 7-

Trivia
(Girato in sole due settimane in ambienti familiari al regista. Ad esempio, l’appartamento di Diane è in realtà quello della madre di Gary Winick)

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