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Romania 1987: una ragazza aiuta una sua compagna d’università ad abortire clandestinamente.
In quest’epoca da basso impero – in cui falsi preti, falsi laici, o entrambe le cose, si distinguono nel soggiacere alle volontà delle autorità ecclesiastiche ingoiando considerevoli quantità di sterco per sopportare la consapevole rinuncia ad ogni proprio senso critico – è arrivata un’opera di grande valore, sociale ancor prima che artistico; ed è arrivata da un Paese, la Romania, che nella vulgata nostrana è ormai sinonimo di ladro assassino stupratore o, quando va bene, zingaro. Al recente, bizzarro e misero dibattito sulla necessità impellente di una moratoria (!) sulla legge 194 si potrebbe rispondere tacendo, e sottoponendo ai queruli la visione di questo film scarno, increspato di umidità, attraversato da una tensione morale spesso insostenibile, acuita dalle lunghe inquadrature spesso a camera fissa, che riporta la questione sull’aborto al suo significato naturale: non una stramberia femminista o la mostruosa risoluzione di un errore di programmazione database stile l’utero-è-mio-e-lo-gestisco-io, ma un atto tremendo e dolorosissimo in cui la prima a soffrire è proprio la mancata genitrice (il bambino mai nato viene a tutti gli effetti trattato come un essere vivente, e come tale ha un’età che è quella che dà il titolo al film). Il rispetto e il tatto si sposano con idee cinematografiche di felice inventiva: merita applausi commossi il modo in cui Christian Mungiu ci racconta l’umiliazione della protagonista costretta a prostituirsi per poter pagare il medico. Palma d’Oro 2007; in predicato di vincere l’Oscar come miglior film straniero.

Voto: 7,5

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