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1977. Il dottor Josef Mengele, latitante in Paraguay, ha in testa da anni un’idea meravigliosa, e per portarla avanti ordina ai suoi uomini di uccidere 94 individui sparsi per il mondo che apparentemente hanno in comune solo una cosa, l’età: 65 anni.
Da un romanzo di Ira Levin, il grande scrittore recentemente scomparso che dieci anni prima aveva contribuito a realizzare quel capolavoro di “Rosemary’s Baby”, che ha influenzato anche questo film, il cui personaggio protagonista è direttamente ispirato al celebre Simon Wiesenthal. La fantapolitica è merce rara, specialmente se ammantata di venature horror: affascina e disturba che la massima perversione del genere sia strutturata secondo gli antichi canoni della fiaba, e cioè con la contrapposizione tra il cacciatore e l’orco. Il duello a distanza tra Gregory Peck e Laurence Olivier, carico di tensione grazie all’abile sceneggiatura di Heywood Gould che li fa incontrare il più tardi possibile, si conclude con la vittoria ai punti dell’inglese, complice l’oggettiva difficoltà da parte dell’altro di interpretare una parte così eccessivamente malvagia. Al contrario del gioiello polanskiano, che aveva come massimo fiore all’occhiello un epilogo proverbialmente agghiacciante, il finale è (quasi) consolatorio, ma non manca di generare una rapida riflessione sui titoli di coda: siamo davvero certi che la nostra società abbia estirpato il Male alla radice? Probabilmente il primo film di “cassetta” della storia a parlare di clonazione.

Voto: 7=

Trivia
(All’uscita del film Josef Mengele era ancora vivo, e viveva a San Paolo in Brasile. Morì poco dopo, il 7 febbraio 1979)