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New York, anni ’60-’70: ascesa e declino di Frank Lucas, boss di Harlem pioniere della via vietnamita al narcotraffico.
Un gangster-movie non è mai un cattivo punto di partenza; un gangster-movie ambientato negli anni ’70 e tratto da una storia vera è anche meglio; un gangster-movie ambientato negli anni ’70 e scritto da Steven Zaillian, specializzato in sceneggiature kolossal (“Schindler’s List”, “Gangs of New York”), ha senz’altro buone probabilità di riuscita; l’aggiunta di Denzel Washington e Russell Crowe rende minime le possibilità di un flop. Tutto ciò per spiegare che il rilancio di Ridley Scott, che non ne imbroccava una da oltre 15 anni (“Thelma & Louise” 1991, con la parziale eccezione del “Gladiatore”), avviene nelle migliori condizioni possibili: l’epopea americana di Frank Lucas è già stata raccontata più volte nella storia del genere in tutti i toni e i registri possibili, dal documentarismo analitico di Scorsese al grand-guignol depalmiano (la stessa locandina strizza l’occhio a “Scarface”), per riuscire a cavarne qualcosa che vada oltre le convenzioni. Niente di nuovo: il lato oscuro del sogno americano e del mito del self-made-man, il quotidiano eroismo dei poliziotti onesti, la ricostruzione d’epoca attraverso canzoni e abiti (degno di nota il cappotto di cincillà del protagonista). Dopo un breve rodaggio in cui si libera delle incrostazioni di piombo che ne zavorravano le ali, “American Gangster” diventa comunque uno spettacolo avvincente di oltre due ore e mezza, in cui Scott ripropone lo schema che gli ha dato la celebrità (dai “Duellanti” in poi) con la solita verve nelle scene d’azione. Denzel Washington, il miglior primo piano del cinema hollywoodiano, si ripete attore sopraffino, come se ci fosse ancora bisogno di conferme; Russell Crowe fa del suo meglio in un ruolo un po’ monocorde in cui denota una curiosa somiglianza estetica con Silvio Muccino. Nella scena-cult, Denzel fredda un suo “socio” davanti ad amici e parenti: è lì che inizia il film. Nelle scene in interni, grande abbondanza di microfoni calati distrattamente troppo in basso, ad invadere l’inquadratura.

Voto: 7+

Trivia
(Dalla vicenda di Lucas già in passato si era pensato di trarre un film; in un primo momento doveva dirigerlo Antoine Fuqua, che aveva già lavorato con Washington in “Training Day”)
(Il film è stato ispirato in particolare da un articolo di Mark Jacobson apparso nel 2000 sul New York Magazine)

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